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Grande Guerra

Il fronte della Valsugana e del Lagorai

I segni e i ricordi della Grande Guerra in Trentino sono vivi nella memoria ancora oggi. La Valsugana, sebbene non interessata direttamente da importanti azioni di guerra (la maggior parte dei combattimenti hanno infatti luogo sugli altipiani), subì comunque pesanti distruzioni a causa dei bombardamenti messi in atto dall'artiglieria austriaca nel 1916, come quello diretto contro Castello Tesino. 

Quello che possiamo desumere dalle cronache dell’epoca è il grande tributo pagato dal territorio in termini di distruzione di paesi, boschi, terreni coltivati e pascoli. Poi nel 1919 e 1920 profughi, prigionieri e fuoriusciti fanno ritorno per ritrovare le amate montagne, per ricostruire e tornare a coltivare la terra, per commemorare e ricordare. Con la speranza che una tale devastazione non abbia mai più a ripetersi.

Nel primo dopoguerra così definisce la vallata Ottone Brentari, nativo di Strigno, nelle sue cronache sul giornale milanese “La perseveranza”:
“Il cimitero del Trentino è la povera Valsugana, già così prosperosa, per la feracità del suolo, la bontà del clima, la ricchezza del suo carbone bianco e delle acque salutari di Roncegno e di Levico (per non ricordare le minori), e specialmente per la laboriosità e parsimonia dei suoi abitanti. Ora i paesi di questa valle, specialmente nella sua parte più bassa od orientale, sono ridotti a cumuli di rovine……i paesi della Valsugana, e specialmente quelli delle conche di Carzano e di Strigno, e cioè sulle rive del Ceggio e del Maso, furono presi e ripresi, restarono sotto il tiro delle opposte artiglierie, e furono più volte bombardati ed incendiati. Vogliamo visitare qualcuno di questi paeselli? Non vi troveremo ricevimenti, non vedremo sventolare bandiere, non vi sentiremo né musiche né brindisi, ma vi impareremo molte cose dolorosamente interessanti.”
("Rovine. La Valsugana orientale nella distruzione della Grande guerra", p. 13, a cura di  Attilio Pedenzini, ed. Croxarie, Strigno 2003)

E ancora Oreste Ferrari sul quotidiano “La Libertà”, riporta le sue impressioni, raccolte nel primo dopo guerra attraversando la vallata.
“…Le condizioni della Bassa Valsugana mi hanno dolorosamente colpito. In nessuna vallata i miei occhi abituati ma non disattenti hanno visto sfaceli e disastri così vasti e crudi come qui. E’ tutta una regione fiorente e pittoresca, cui la terribile lunga guerra à voluto aggiungere le sue visioni crudeli, le tracce del suo aspro passaggio. Ho camminato da paese a paese; mi sono fermato pensoso davanti ai cumuli di macerie; sono entrato negli avvolti, nelle stalle, nelle catapecchie, nelle baracche dove si sono rifugiate e pigiate intere e numerose famiglie: e, più di una volta, ho dovuto andarmene frettolosamente, o voltarmi dall’altra parte, perché la commozione mi impediva qualsiasi parola di conforto…”
(O. Ferrari, Attraverso la zona distrutta. La Bassa Valsugana, in «La Libertà», 14 agosto 1919) 

Concludiamo con le parole sempre di Ottone Brentari, cui è stato dedicato il rifugio della Sat in Cima d’Asta, la montagna che dominava il fronte del Trentino sudorientale durante la Grande guerra:
“chi si avvicina a qualcuno di questi paesi, corre subito col pensiero a quanto ha visto in occasione dei più vigorosi terremoti o negli incendi più furiosi; case scoperchiate alle quali non restano che le vuote occhiaie delle finestre e le mura cadenti annerite; brani di muraglioni che sembrano braccia ischeletrite che pregano al cielo tremanti per chiedere pietà”
(O. Brentari, Le rovine della guerra nel Trentino, Milano 1919, pp. 10-11).



Per la correzione dei testi si ringrazia l’ASCVOT (Associazione Storico Culturale Valsugana Orientale e Tesino) ed in particolare lo storico Giuseppe Ielen

 
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